Detenzione di munizioni, l’analisi della sentenza

detenzione di munizioni: sei munizioni in primo piano
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La sentenza del Tar sui limiti alla detenzione di munizioni costituisce un precedente preoccupante.

Il 2021 inizia maluccio per i detentori di armi: il Tar del Piemonte ha pronunciato la sentenza 14/2021 che come minimo andrà a creare ulteriori incertezze e confusione sulla detenzione di munizioni, costituendo un precedente che rischia di mettere tanti nei guai.

Era necessario fornire una interpretazione alle norme, stravolgendo quando si sapeva fino al giorno prima? Non lo era: la tutela dell’ordine pubblico è già garantita con uno stringente controllo su tracciabilità, tempi, quantità e modi di detezione. Per non parlare poi della finalità sui limiti quantitativi che appare improntata a evitare il disastro (potenziale) derivante dal cumulo di parecchie munizioni conservate in un sol posto, non per fini di ordine pubblico o di contrasto dei reati. Sul nostro sito c’è tutto quanto occorre per leggere la sentenza e vi invito a farlo: è breve e piuttosto chiara. Che non significa condivisibile.

Andare a legare in modo intimo (corrispondenza biunivoca) la tipologia di munizione con l’arma che le dovrà sparare è un esercizio privo di concretezza, di scarsa utilità pratica e di alto pericolo di cavillosità giuridica e applicativa. Se prendiamo per buona l’interpretazione dell’alto Collegio torinese, dovremo dividere la possibilità di detenere munizioni in calibro per arma lunga in due categorie: se sono destinate a un fucile resta la soglia delle 1500 cartucce; se sono destinate a una pistola (rectius = carabina a canna corta classificata come arma corta, raramente sono vere e proprie pistole) vale il limite dei 200 colpi.

Confusione, disorientamento e guai

Primo problema: se il soggetto non possiede armi in quel siffatto calibro? Che cosa dovrà valere? 1.500 o 200? La legge non vieta di detenere munizioni senza avere le relative armi che le possono sparare. Faccio un esempio calzante: produttori e importatori ci affidano molte armi da provare e i relativi colpi, che spesso vengono conservati perché parzialmente inutilizzati in vista di una futura prova di altre armi di quel calibro.

Oppure: un soggetto può benissimo detenere armi lunghe più armi corte del medesimo calibro. Pensiamo a un AR15 rifle in .223 R e a una identica arma completa a canna corta. In tal caso sembra legittimo prospettare la valenza dei 1.500 colpi; ma le stesse munizioni si sparano anche in quella classificata come arma corta. E allora? Che dire poi nel caso delle conversioni? Potrei avere una arma lunga in .300 AAC Blackout (il calibro mentovato nella sentenza del TAR Piemonte) e al contempo una conversione di pari calibro a canna ultracorta. È un caso comune, perché la versatilità del .300 AAC Blackout sta proprio in questo. Quanto potrei detenere in tali circostanze?

Gli esempi potrebbero continuare e la conclusione è sempre la stessa: confusione, disorientamento del povero detentore di armi, aumento delle possibilità di finire nei guai; cosa che porterebbe al sequestro di tutte le armi detenute e alla revoca delle licenze (in attesa di trovare giustizia, certo, con costi e tempi correlati).

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