Divieto di detenzione armi: la circolare del Viminale

divieto di detenzione armi: facciata del viminale, sede del ministero dell'interno
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Il ministero dell’Interno chiarisce come applicare l’articolo 39 del Tulps, quello che disciplina il divieto di detenzione armi.

Sistematizza la giurisprudenza degli ultimi anni e, anche se non stabilisce niente di nuovo, tenta di uniformare l’applicazione dell’articolo 39 del Tulps, quello che disciplina il divieto di detenzione armi. La circolare firmata nelle scorse ore da Stefano Gambacurta, amministrazione generale del Dipartimento di pubblica sicurezza, fornisce ai prefetti una serie di indicazioni chiare sulla casistica che può presentarsi e sugli effetti del divieto.

Il provvedimento che impone il divieto non si esaurisce con la cessione o la confisca delle armi. Visto che prolunga nel tempo le proprie conseguenze, può pertanto essere appellato dopo “che sia trascorso un [intervallo] ragionevole” quantificato in cinque anni, a patto che il contesto si cambiato. Dopo cinque anni e in presenza di nuovi elementi, il prefetto è tenuto a pronunciarsi sull’istanza di revoca.

Prima di addentrarsi nella casistica più frequente, il ministero dell’Interno ribadisce che l’onere dell’istruttoria grava sul prefetto; che le sue valutazioni non sono sindacabili nel merito, basta che non siano “irrazionali o arbitrarie” e non travisino i fatti; che il suo potere discrezionale si configura come giudizio probabilistico “sull’idoneità del detentore a relazionarsi correttamente con le armi”; e che il divieto non è una sanzione ma una misura cautelare, e quindi per imporlo non è necessario un abuso – basta che le circostanze dimostrino che il titolare della licenza è inaffidabile.

Divieto di detenzione armi: la casistica più ricorrente

Sono soprattutto due le situazioni più controverse, divieto imposto per frequentazioni pericolose o per grave conflittualità con altre persone. In entrambi i casi il Viminale ribadisce la tendenza consolidata: vince il principio di precauzione. È dunque legittimo vietare la detenzione di armi a chi, per parentela o affinità, frequenta “persone controindicate”. Il divieto trova “la propria ratio nel timore che tali soggetti possano esigere […] aiuto dai propri congiunti, anche solo nella fornitura delle armi”. Non si parla esclusivamente di pregiudicati. Una frequentazione a rischio si configura ogni volta che “le segnalazioni non consentano di escludere il dubbio sull’uso improprio delle armi”.

Massima cautela anche in caso di grave conflittualità con altre persone, desumibile da denunce per condotte violente o minacce. Il divieto è legittimo anche in caso di remissione della querela (serve comunque a “prevenire l’eventualità che la situazione degeneri”) o se l’eventuale procedimento penale è ancora in corso: è vero che i fatti potrebbero rivelarsi inesistenti, ma in situazioni di questo tipo “non è inverosimile il rischio di episodi di violenza o di reazione impulsiva e imponderata”.

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