Perché non si tutelano le armi come patrimonio storico e artistico?

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Prendiamo nuovamente spunto da un fatto di cronaca, per analizzare un aspetto importante che non coinvolge il merito della vicenda, ad oggi oggetto di inchiesta della procura militare: armi consegnate agli uffici di polizia che subiscono un triste destino, ovvero finire sotto una pressa per essere distrutte.

armi patrimonio artistico Fino a quando si parla di “corpi di reato”, nulla quaestio; la legge prevede la confisca obbligatoria, cui consegue normalmente la distruzione, una volta che i procedimenti hanno fatto il loro corso definitivo. Qui – però – si parla di ben altro: armi compendio di asse ereditario (per esemplificare), quando nessun erede desidera assumere l’onere di detenerle, perché non ha alcuna autorizzazione di polizia e non vuole percorrere l’iter amministrativo per ottenerla. Armi di persone che non hanno più i requisiti psico – fisici, o che non hanno adempiuto alla produzione dei relativi certificati medici (caso meno frequente) nel termine imposto dal questore.

E le armi di pregio?

Secondo quanto ho sentito dire, negli anni, da numerosi titolari di armerie, che talvolta sono chiamati a intervenire prima della scelta finale di consegna per la distruzione, nella maggior parte dei casi trattasi di armi di valore pari a zero o poco più. Non parlo (ovviamente) di vil pecunia, di valore commerciale, ma anche (e soprattutto) di valore storico oplologico e artistico. In altri casi, invece, si tratta realmente di armi di pregio. Una categoria importante, contemplata niente meno che dalla legge in materia, che parla di “armi artistiche o rare”, per poi dimenticarsene mandandole al macero; senza che una persona esperta del ramo abbia la facoltà di discernere tra l’arma fine artigianale e la paccottaglia di puro interesse affettivo. Un problema organizzativo, perché servirebbero periti/esperti per assolvere a tale compito; ci sono già, e lavorano per l’amministrazione statale nel medesimo settore. Quindi, più che un problema di fondi o di personale, è appunto la mancanza di proposito, il non volere fare nulla, depauperando in tal modo un patrimonio culturale che dovrebbe appartenere a tutti noi.

Non ci resta che la pressa…

Molti osserveranno (giustamente) che lo Stato raschia continuamente il fondo del barile per raccattare denaro; non si potrebbe metterle in vendita, conseguendo così un ritorno economico? In una realtà “normale” la risposta sarebbe affermativa; non scomodiamoci troppo, basta vedere cosa accade in Paesi come la Svizzera, la Germania, il Regno Unito, nelle grandi Case d’asta specializzate. E in Italia? Credeteci o no, questo è precluso, non si può fare: le armi “moderne”, dunque tutte quelle fabbricate post 1890, non possono essere vendute all’asta, dopo che alcuni vescovi anni fa lanciarono una specie di “anatema” e ottennero la modifica della legge, paventando (timore irreale, frutto di fantasia) che così le armi sequestrate alla mafia sarebbero finite in mano ai civili. Dunque non ci resta che la pressa… con buona pace di tutti coloro che dicono di voler tutelare il nostro patrimonio storico!