Dopo averlo emendato in alcuni passaggi, come sul porto di coltelli – non però sulla legittima difesa e sulle indagini correlate -, il Senato ha approvato il ddl che converte in legge il decreto sicurezza, nei prossimi giorni all’esame della Camera per il voto finale.
A maggioranza e senza ricorso alla fiducia il Senato ha approvato il ddl che, emendandolo in alcuni paragrafi a partire da quello sul porto di coltelli (si ammette il motivo giustificato anche per i pieghevoli con lama «pari o superiore a cinque centimetri», a un taglio e a punta acuta, muniti di meccanismo di blocco oppure apribili con una sola mano, non però con meccanismo a scatto, vietati come quelli camuffati, occultati in altri oggetti o a farfalla), converte in legge il decreto sicurezza.
Perché le modifiche entrino in vigore è necessario che entro sabato 25 aprile – scadranno allora i sessanta giorni stabiliti dall’articolo 77 della Costituzione – la Camera voti lo stesso testo: anche un intervento minimo – ecco perché comincia già a circolare l’ipotesi che stavolta il governo Meloni la fiducia, che sigilla il provvedimento, la chiederà – richiederebbe una terza lettura, per la quale sarebbe difficile trovare il tempo.
Quello sui coltelli non è l’unico passaggio di cui molto si discusse quando il decreto uscì dal consiglio dei ministri: il Senato ha ritenuto di non toccare l’articolo 12, che modificando il codice di procedura penale dispone che, «quando è evidente […] la presenza di cause di giustificazione», il pubblico ministero annoti in un modello apposito – dunque non nel consueto registro delle notizie di reato – il nome della persona coinvolta; restano comunque intatti «diritti e garanzie» che la legge riconosce agli indagati. Se non c’è bisogno di ulteriori accertamenti, che eventualmente devono completarsi in quattro mesi, il pm richiede l’archiviazione «senza ritardo», e comunque entro trenta giorni.
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